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Presentazione di   Paolo   Rizzi   nel  1997,    noto   critico   d'arte,   sull' opera   di   Tullio Ceccato

 

 

Qualche anno fa mi chiedevo polemicamente: "Chi ha paura di Monet?". Cioè:  chi  è così  bloccato  psicologicamente (e ideologicamente)  da rifiutare, in pittura, il  richiamo  della  natura?  Era il tempo in cui le avanguardie storiche di fine secolo tentavano gli ultimi soprassalti. Già allora un pittore come Tullio Ceccato, abbarbicato a ridosso di Asolo, uno dei doni più alti di Dio, dipingeva  paesaggi  freschi e rigogliosi, pieni di luci

e di colori. Avrebbe  dovuto  piegarsi  ai  manierismi  di  moda? Buttarsi magari  sull'arte  povera  o concettuale, sulla  minimal o  sulla neo-pop? Avrebbe dovuto, in altre  parole, soffocare  il  suo  impulso di fronte alle bellezze  del  Creato?

Purtroppo  la  storia  dell'arte di questo secolo ci mostra  come gli artisti  (ma certo: anche  i grandi  artisti, da Picasso a Bacon, da Dali a Pollock)  abbiano violentato la natura: l'abbiano deformata, scombinata,  travisata, mortificata. E stata, la loro, una avventura inebriante: quella di chi  voleva  sostituire  alla  gran  regola del cosmo l'orgoglio  prometeico  dell'uomo. Tutto questo, fino  al Sessantotto  e oltre, è stato  il nerbo  di  tante conquiste  dell'espressione  umana.  Ma si è visto poi, sempre  più, che  le forzature  fine  a  se stesse, le  ricerche  linguistiche, i continui conati di rinnovamento, le elucubrazioni dell'intelletto non potevano prescindere dalla natura se non a costo di cadere o nel vuoto formalismo o nell'esasperazione dei contenuti.

Ogni volta che si sveglia, di buon mattino, Tullio Ceccato apre la finestra al "suo" mondo. Gli compare  agli occhi il dolce profilo delle colline asolane, con l'ordine sereno della campagna, l'armonia dei colori, il  riflesso di una  bellezza  che s'irradia  tutto  attorno. Che deve fare?  Egli non ha mai avuto dubbi. Il suo compito era ed è quello di cogliere le schegge di questa bellezza naturale e di riportarle sulla tela, cercando di conservare la  genuinità  dell'impatto, l'istintività  dell'emozione, il  gusto  dell'immersione nell'erba, nei fiori, nella verzura. Da trent'anni Ceccato continua ad essere,  categoricamente, impressionista: d'un  impressionismo  che  è certo vicino a quello di Monet, cioè alla sua accezione storica, ma che è continuamente ripreso e rinnovato dalla sensibilità dell'artista.

Bisognerebbe  fare, qualche  volta,  la  prova.  Prendere  un  quadro  di Ceccato  e  osservare  il  paesaggio  da  cui  deriva.  Confrontare  cioè l'ispirazione  e la realizzazione. Penso  che  molti - almeno  coloro  che ancor oggi ritengono superato il dipingere en plein air, cioè il riportarsi della  pittura  al  soggetto  in  se - si  ricrederebbero.  La  differenza  è enorme. L'artista,  quando è  tale, trae  lo  spunto  dalla natura e, senza violentarla, la riporta dolcemente a se stesso: cioè la interpreta. Magari quel  tal  colore  di  verde o  di  azzurro  rimane  circa  lo  stesso;  ma si percepisce - si deve  percepire - l'animus  dell'artista  che, nell'atto  di amore, riconduce  le  cose  alla  sua  più  profonda  e  autentica  "verità biologica".

Ceccato è un uomo privo di infingimenti, privo di ipocrisie. Tra  le  cose cui  non  rinuncia  è  la  sincerità: ad ogni costo. Quindi  cerca di essere fedele  al  suo  istinto, alla sua natura. La pittura non fa che rispecchiare questo  modo  di  essere. Essa è  nata, si  può  dire, dall'interno, fin  da ragazzo, come  una  modalità  di  espressione  del  tutto  consentanea. Nessuno  sforzo, nessun  volontarismo. Del  resto  lo  si  capisce bene, ammirando l'assoluta spontaneità della pennellata, la mancanza di pentimenti, la fluidità con cui forme e colori vengono in evidenza. In questo è giusto definirlo pittore impressionista: seguace di Monet e di tutti coloro (ma  quanti  sono nella storia della pittura?)  che  si  sono  accostati  alla natura  con  purezza  di  cuore, tesi  a  trasfonderne le fragranti armonie. Naturalmente  la  pittura  è  anche  un esercizio tecnico:  tanto più arduo, talora,  quanto  più  appare  estemporaneo. Questo  è  il  segreto  degli Impressionisti.

Ceccato ha fatto  la sua gavetta: ha visto e rivisto, studiato  e  ristudiato;  è stato  più  volte  all'estero; ha  preso  contatti con  altri  pittori  italiani e stranieri. Fin  da  ragazzo ha avuto la fortuna di abitare in uno  dei  luoghi  non  solo  più  suggestivi  del mondo, come  Asolo, ma  anche  tra  i più fecondi culturalmente. A  ridosso  della  rocca  asolana, tra  le  memorie  rinascimentali di Caterina Cornaro, gli "Asolani"di Pietro Bembo, l'ombra di  Eleonora  Duse,  a  poca  distanza  da  quello  che  era  (e in  parte è ancora) il celebrato  barco di  Altivole, in un  luogo dove anche l'architettura  moderna (Carlo Scarpa a San Vito)  ha  segnato  uno  dei  punti più alti, insomma in una plaga dolcissima e  insieme  piena  di  echi culturali,

in cui il mondo anglosassone celebra continuamente i suoi riti raffinati, il  giovane  Ceccato  ha  avuto un'iniziazione  alla  pittura  ideale.  Oltretutto gli  girava  attorno  l'aria  di Giorgione e  di Tiziano, corroborata  da  quel certo "clima" toscaneggiante che cosi curiosamente  caratterizza  Asolo e i suoi dintorni.

L'occasione  è  stata  quando, nel 1969, egli  ha  preso  contatto con un gruppo di studenti americani che seguivano appunto ad Asolo, un corso di  pittura. L'insegnante - egli ricorda ancor oggi - era  Jim  Moon, pittore

di New York. E stata la scintilla. Da allora  Ceccato ha intensificato i suoi rapporti  con  gli  ospiti  stranieri  più colti. L'anno dopo ha  incontrato un pittore  inglese, Tom  Walker, che  è  diventato  suo amico e che ha frequentato per circa tre anni, fino al 1973. Andavano a dipingere assieme tra  le  colline e i campi, inebriandosi  degli  scorci  più  suggestivi  e dei colori più vivaci. Poi sono venuti i viaggi: dapprima in Austria (1978) e in particolare  a  Salisburgo, i  soggiorni  prolungati  in  Olanda, Stati  Uniti, Canada, Francia, Svezia; e naturalmente i vari cicli di vedute e paesaggi. Tra  il 1982 e il 1985 i contatti  si  sono  infittiti  con  l'ambiente milanese, dove Ceccato ha conosciuto (e per lui è stato un maestro) il pittore Dino Zampogna. Tutto  ciò  lo  ha  arricchito  culturalmente, gli  è  servito  con esperienza  feconda. Ma  il cuore  continuava  a  battere ad  Asolo, nella sua  terra.

Oggi  moltissimi  quadri  di Tullio Ceccato  sono  dispersi  nel mondo: li posseggono  collezionisti  di  New York  e di  Parigi, di  Salisburgo e  di Stoccolma, di Los Angeles  e di San Francisco, di  Milano e di Venezia. Difficilmente  (impossibile)  ripescarli. Lui, l'autore, cova  sempre più  la nostalgia  di  taluni pezzi che ancora ricorda, e di cui conserva puntigliosamente  le fotografie. Ceccato  ha  cinquantun'anni:  è ancora  giovane  e dall'animo giovanile. Da oltre  vent'anni  è un  autentico  professionista della  pittura: la sua  casa è  tutta  un atelier. Ma, con tutte le esperienze che s'è lasciato alle spalle, continua  a guardare  avanti con entusiasmo. Dentro di lui c'è una forma di genuinità (quasi direi di ingenuità) che gli fa da lievito: gli è comunque necessaria per incantarsi ancora, giorno dopo giorno, di fronte  alle  bellezze  dalla  natura. Guai se non fosse cosi! Il vero artista, come diceva Nietzsche, non è un viaggiatore che  programma il suo viaggio, ma un viandante che  resta curioso  del mondo e che ad ogni passo ne  scopre  le meraviglie .

Ecco perché si ripetono, nello studio asolano, i soggetti della campagna e della collina circostante, che continuano ad  essere  al  centro  di ogni interesse tematico di Ceccato:  e, ripetendosi, cambiano sempre. Guardandomi attorno, osservando  decine, se non centinaia di dipinti, non ne ho  trovato  uno  di  simile. Magari  lo  scorcio  è  lo stesso: quegli alberi, quelle  case, quel  profilo  lontano  della  rocca. L'animo che pervade la pittura è sempre diverso: ora brioso e acceso, ora  più dolce e contemplativo; ora  quasi dionisiaco, ora  sottilmente  apollineo; ora  tonale, ora timbrico; ora  mosso  e  quasi  scarmigliato, ora  avvolto  d'una  estatica immobilità. Muta il colore, che da  fragrante si fa  in certi momenti morbidissimo; muta l'impianto stesso, che trapassa dal "cantante" melodico al giuoco  eccitato  dei  contrappunti; muta  il ductus della pennellata, che mai  cede  alla  estemporanea  freschezza. Insomma: ogni quadro è un mondo a se, anzi diventa una sorta di identikit del suo autore. Questa -credo - è la vera  qualità del  pittore impressionista, che trasmuta la sua motilità psicologica e sentimentale nella natura.

Ma c'è anche un punto cui  ogni giudizio  su  Ceccato  va  riferito: la  sua  appartenenza, fin nei precordi, alla cultura  artistica  veneta. Quell'umore  agreste,  elegiaco, quasi  virgiliano, che  è  stato  altre  volte evidenziato, nasce  dalla  profonda  compenetrazione  con la tradizione pittorica che sovrasta  non  solo  le  colline  asolane, ma  tutta  la  plaga  veneta.  Qui nell'aria  si  respira  la  soavità  atmosferica  di  Giorgione, si  captano le modulazioni cromatiche di Tiziano; e magari si arriva ai chiarori celestiali di Tiepolo. E una  cultura  radicata  nel  luogo: che  continua  ancor oggi, trovando  espressioni  originali  in  artisti  che  da poco ci hanno lasciato, come Carlo Dalla Zorza  e Gigi Candiani, come Nino Springolo e Nando Coletti.

La  pittura  veneta  antica, si sa, è basata  essenzialmente  sulle stesure lievi e briose di un colore sinfonico che diventa per secoli indice di  una  venezianità  che  si  diffonde in  tutta Europa, fino a  Rubens e a Renoir. Questo  bisogno  di  "cantare col colore"  deriva  essenzialmente  dalla dolcezza del luogo: si tratti della laguna opalescente o delle gentili  colline pedemontane. In fondo, Ceccato  non  fa  che  riferirsi da una parte alla grande cultura del passato, dall'altra alla natura  stessa  del luogo in cui  vive.

Vale  ribadire  quel  che, altre  volte, è stato  detto: la  pittura di Ceccato  non  muta  registro  da  oltre  vent'anni.  C'è  sempre  ariosità,  sempre freschezza. Le  betulle  guizzano nello  stormire  delle  fronde; i  lunghi prati cambiano le tinte secondo le ore della giornata; le semplici casette si  inseriscono, palladianamente, nei  campi; le  colline  formano  profili ondulati di soave armonia. L'uomo è figurativamente assente, ma la sua presenza aleggia tutto intorno: è un uomo che ha capito, pur in tempi di inquinamento come i nostri, la  giusta  regola di un accordo, di una simbiosi  con  l'ambiente.  Questo  "tono"  elegiaco  si  ritrova  anche  nelle vedute delle città straniere o italiane, negli scorci brillanti di Venezia, nei sia pur rari ritratti, nei fiori, nelle bambole, nelle nature morte.

Tutto, anche il "color locale", è ridotto alla gentile dimensione veneta. E la tecnica  svaria  dall'olio  all'acquerello al pastello. Semmai si nota nel tempo (e il  raffronto  tra  quadri  recenti  e  meno  recenti  lo rivela) una maggior  franchezza  nell'orchestrazione  sinfonica  del colore. All'inizio l'artista era come intimidito e giocava sui toni; poi, preso pieno possesso  delle  sue  qualità  interpretative,  ha  finito  per  adoperare  l'intera tavolozza  in una serie di  variazioni sciolte e sempre più timbricamente "sonore". In  fondo, la  sua  pittura  è  come  se seguisse l'andamento della musica di Vivaldi, cioè della classica musica veneta.

 

Pubblicazioni

 

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Il Gazzettino di Venezia

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Il Giornale di Vicenza

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L'Arena di Verona

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La Tribuna di Treviso

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La Nuova Venezia

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La Vita del Popolo

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Asolo Notizie

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Periodico "CIGA Magazine"

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Metro di Stoccolma

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Swea Bladet (Stoccolma)

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Fin Viikkoviesti  (Stoccolma)

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Svenskadagbladet  (Stoccolma)

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Gazeta Wyborcza (Polonia)

 

 

Pubblicazioni d'arte

 
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Unedi Catalogo, Artisti Veneto, 1979.

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Catalogo Arte contemporanea italiana, Veneto Emilia, 1987.

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Arteoggi Cidac, 1991.

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Top Arts, 1994.

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Catalogo "Pittori e scultori di importanza europea, 1998", ed. Il Quadrato.

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